Il
nuovo Vietnam:
l'economia è donna
Ai posti
di comando in banche e aziende
da:

HANOI — Durante la guerra, il padre e la
madre di Nguyen Thi Thanh Huyen lavoravano in una fabbrica
di periferia oltre il Fiume Rosso. Come mostra tuttora
una foto d’epoca appesa all’ingresso, l’aveva
fondata Ho Chi Minh nel ’46 per fornire divise
all’esercito nord-vietnamita. Il padre di Huyen
morì nel ’72 quando i B-52 americani bombardarono
un impianto, la madre nell’84.
A quel punto Huyen aveva appena finito le superiori,
ed applicando uno dei tipici diritti ereditari del collettivismo,
l’impresa le offrì un posto da operaia.
Allora il Vietnam era sotto embargo, il suo esercito
era in Cambogia e le necessità di produzione
pressanti. Oggi Huyen ha 44 anni, due figli grandi.
Gradino dopo gradino è salita fino a diventare
numero uno di quest’icona industriale di Hanoi
che va sotto il nome di Garment 10.
Minutissima come molti nella generazione che ha provato
la fame bellica e poi quella dopo la vittoria, Huyen
ha impresso una svolta al gruppo. Ha tralasciato le
uniformi, si è concentrata sulla subfornitura:
Pierre Cardin, Alain Delon e Camel per l’Europa;
Van Heusen, Gap o Old Navy in America.
Un operaio qui è pagato 0,28 centesimi di euro
l’ora (un quarto rispetto a Shanghai), un abito
esce di fabbrica al costo di 5,2 euro; alcuni hanno
sotto la tasca del portafoglio un marchio che recita
in italiano, e letteralmente, «Immaginazione».
Ma inutile chiedere a Huyen quanto sappia di agrodolce
per lei trattare con i clienti americani. «Vedo
come lavorano e come pensano, imparo —
dice con una voce e una risata possenti —. Per
fare affari bisogna essere amici e a noi qui piace svilupparci».
Qualcuno lo chiamerà capitalismo delle donne,
magari mascherato da socialismo. Lungo i viali della
capitale i motorini dei teenager dai caschi verdi, copiati
dai GI americani anni 70, sfrecciano sotto gigantografie
di gusto staliniano. Vere, queste: icone enormi con
l’operaio, il contadino e il soldato, sguardimaschi
sotto la falce e martello, la stella rossa emagari un
Ho Chi Minh più o meno nell’alto dei cieli.
A riprova del rispetto che ancora ispira, qualcuno dice
abbia inventato la televisione. Ma non bisogna sbagliarsi:
fuori dai cartelloni,
dietro le scrivanie dell’ultima tigre asiatica,
molto del potere è delle donne.
Non nel governo del partito unico, che ne include una
sola e in un ministero secondario; no: il
loro territorio è il settore privato, quello
in crescita esponenziale.
Allo «hedge fund» Ipa
di Pham Minh Huong, un’ingegnera formata a Kiev
negli anni di Breznev, i soli uomini li vedi in portineria.
Altrove spolverano i tavoli, guidano le auto aziendali.
Vinamilk, il più grande gruppo del Paese per
valore di Borsa, ha una Ceo e un consiglio a maggioranza
femminile. Ree Corp., la prima società a quotarsi
nel 2000, è guidata da Nguyen Thi Mai Thanh,
un’ex infermiera Vietcong passata in 30 anni dalla
guerriglia nella giungla ai vertici della classifica
dei più ricchi del Paese.
Investitori esteri altrove in mano a imponenti figure
maschili, Bp, Coca- Cola,
Unicredit, qui si affidano a un management
tutto femminile. E quando il capo della banca di Sydney
Anz visitò la sua squadra in Vietnam, gli sfuggì
qualcosa di ruvido anche per un australiano: «È
la prima volta che sono il solo uomo a un incontro di
lavoro».
«Maschi ne assumerei - si difende Thuy Dam -
se rispondessero ai criteri». Il problema dell’amministratrice
delegata di Anz a Hanoi è in quella che forse
resta l’unica sindrome postbellica del Vietnam
ancora ignorata da Hollywood. Non è solo che
sia raro incontrare un uomo oltre i 55 nel centro di
Hanoi,mentre folle di sopravvissute alla guerra si spennellano
a vicenda i capelli sulla ricrescita accucciate sui
marciapiedi, succhiano ciotole di vermicelli o vendono
granchi vivi e carne di cane. Le donne non sono
solo di più. Sono anche più pronte a manovrare
le leve di un’economia in pieno boom.
«Durante la guerra
gli uomini combattevano, noi facevamo funzionare il
Paese - dice Dam -.
Fu una benedizione: non abbiamo dovuto affrontare le
battaglie delle europee, quando è nato
il Vietnam moderno il potere lo avevamo già».
Non l’hanno più ceduto. La nonna di To
Minh Huong, la 34enne amministratrice delegata della
banca Gateway Securities-Morgan Stanley, in tempo di
guerra prese le redini di un’azienda tessile di
2.000 dipendenti come un dovere patriottico. Di generazione
in generazione tutte le donne della sua famiglia hanno
contribuito allo sforzo bellico, poi al socialismo ora
sempre più mischiato a un capitalismo quasi primordiale.
Huong ricorda quando all’età di dieci anni
intuì che qualcosa stava per cambiare: «Lessi
sul Giornale del Popolo certi commenti domenicali siglati
dall’allora premier Nguyen Van Linh. Era un linguaggio
nuovo». Non fu sempre facile, in una Hanoi dove
oggi le Lamborghini attendono fuori dei ristoranti alla
moda e sul Fiume Rosso gli immigrati delle campagne
vivono in zattere di un metro per due riciclando rifiuti.
La nonna di To Minh Huong, comunista e manager, fra
mille turbamenti rinviò fino al ’90 la
scelta di affittare un suo appartamento. Anche oggi
Huong non alza bandiera bianca: «Mi sento una
capitalista? No: ho studiato finanza per sostenere la
mia famiglia - dice nel suo vasto ufficio controllato
al 49% da Morgan Stanley -. Del mio socialismo,mi resta
ancora il nazionalismo».
A ben vedere in effetti quella falce e martello che
batte ovunque, persino l’alta statua di Lenin
in un parco centrale di Hanoi non parlano di ideologia,
ma di patria. Come tali, sono accettabili anche per
chi viene da un’altra storia. Anne Tristine Nguyen,
26 anni, direttrice di VinaCapital, banca anch’essa
quasi tutta femminile, lasciò Ho Chi Minh City
nel ’92: suo padre aveva combattuto per il Sud
filo-americano, solo l’aver perso una gamba su
una mina gli aveva evitato la «rieducazione»
toccata ad altri in famiglia.Ma Anne restava tagliata
fuori dalle scuole migliori nel Vietnam di allora. Seguono
per lei laurea emaster a Harvard («lavorando duro
in modo irragionevole: mai stata così infelice»),
un passaporto americano, l’ingresso al Dipartimento
di Stato. «Dopo quattro anni - dice - sono venuta
ad Hanoi. Guadagno meno, ma volevo essere parte di questo
boom».
Un percorso in fondo simile a quello di Tran Thi Hoai
Anh che vide suo padre per la prima volta all’età
di sei anni, nel ’74: ingegnere dell’esercito
del Nord, lui aveva sempre vissuto fra Germania Est,
Cina, Romania, Russia. Dell’infanzia Anh ricorda
le bombe dei B-52, le corse notturne all’ospedale
della madre anestesista di sala operatoria, gli abiti
ritratti nei libri in russo. Vent’anni dopo, Anh
si presenta a Sergio Rossi e gli propone di vendere
i suoi capi in Vietnam. Oggi trascorre la sua vita fra
Milano, Parigi, New York e Ho Chi Minh City dove è
il volto di Balenciaga, Marc Jacob e una decina di altre
griffe.
Il suo passo da star è l’opposto rispetto
a Hoang Thu Huong, l’insegnante di liceo che nell’88
aprì un minuscolo alimentari pomeridiano per
arrotondare. Ora che è diventato un gruppo da
centinaia di milioni di dollari e ha battuto la concorrenza
statale, nella sede di Saigon, accanto alla targa di
miglior distributore mondiale di Nestlé 2002,
ha un’effigie di Ho Chi Minh che impugna il moschetto.
Gli anni di guerra ’45-75 sono marcati in giallo
e c’è una scritta: «Vinceremo
perché crediamo nella gente - traduce
-.
È anche il mio motto».
Federico Fubini
28 marzo 2008
Qui
l'articolo originale
|